Roma, eternità di pietra e di cinema – 21 Aprile, Auguri Roma!

Roma eterna nel cinema

Prima di essere una città, Roma è stata un’idea di civiltà.
È stata il nome di un ordine, di una visione del mondo, di una potenza capace di lasciare tracce non soltanto nella pietra, ma nell’immaginario stesso dell’Occidente.

Colosseo

L’antica Roma continua a vivere nei suoi fori, nei suoi archi, nelle sue vie, nelle rovine che ancora oggi non parlano di fine, ma di permanenza. In essa sopravvive il senso della fondazione, della grandezza, della storia che si fa forma visibile. Celebrare Roma significa allora rendere omaggio non solo a una città, ma a una memoria millenaria che continua a irradiarsi nel presente, come se il tempo, qui, non avesse mai smesso del tutto di respirare.

Roma non è soltanto una città.
Roma è una durata, una stratificazione di tempi, una voce che continua a risuonare attraverso i secoli senza mai spegnersi davvero. È pietra e polvere, splendore e ferita, rovina e rinascita. È una città che non smette di appartenere alla storia e che, proprio per questo, continua ostinatamente a vivere nel presente. Nel giorno del suo Natale, commemorare Roma attraverso il cinema significa riconoscere che poche città al mondo sono state amate, interrogate e raccontate con la stessa intensità. Il cinema non l’ha soltanto ritratta: l’ha ascoltata, inseguita, attraversata. Ne ha fatto volto, memoria, destino.

Castel Sant’Angelo

Roma, sullo schermo, non appare mai come un semplice sfondo. Anche quando tace, parla. Anche quando resta immobile, sembra trattenere dentro di sé il peso di tutto ciò che è stato. I suoi muri, le sue strade, le sue periferie, le sue albe e le sue notti portano sempre con sé qualcosa che precede gli uomini e insieme li accompagna. È questa forse la sua grandezza più profonda: non essere mai soltanto presente, ma apparire sempre abitata da ciò che fu e da ciò che continuerà a essere. Per questo il cinema d’autore ha trovato in Roma non una scenografia, ma una sostanza viva, una creatura antica e mutevole, capace di accogliere il dolore degli uomini, la loro miseria, la loro bellezza, le loro illusioni.

C’è una Roma tragica e necessaria che il cinema ha saputo consegnare alla memoria del Novecento. È la Roma di Roma città aperta, quella della guerra, della sofferenza, della dignità ferita e resistente. In quel film la città non è solo il luogo dell’azione: è il corpo stesso di una comunità ferita, il teatro umano di una prova storica estrema. Le sue strade non splendono, non si offrono alla contemplazione; resistono. In quella Roma attraversata dal dolore e dal coraggio, il cinema ritrova la verità nuda delle cose.

Poi c’è la Roma del dopoguerra, severa, quotidiana, umile, quella che Vittorio De Sica ha reso immortale in

Ladri di Bicicltte

Ladri di biciclette e in Umberto D.. È una Roma che cammina piano, che conosce la fame, l’attesa, la solitudine, la dignità muta di chi lotta per restare umano dentro la durezza del vivere. Qui la città eterna si spoglia di ogni retorica monumentale. Non si impone per la maestà delle sue vestigia, ma per il respiro sommesso delle sue strade, per la fatica dei suoi abitanti, per la verità delle sue esistenze più fragili.

Ma Roma è anche popolo, mercato, voce collettiva, gesto quotidiano, teatro spontaneo della vita. In questo senso Campo de’ Fiori, film di Mario Bonnard, occupa un posto prezioso: già nel suo titolo affida alla città uno dei suoi luoghi più vivi e simbolici, uno spazio in cui Roma si manifesta come carattere, umore, movimento, commedia umana. In quella dimensione urbana e

A. Fabrizi e A. Magnani su “Campo de’ Fiori” di M. Bonnard

corale si avverte una città ancora profondamente legata alle sue piazze, ai suoi scambi, alle sue inflessioni popolari. Non la Roma monumentale, dunque, ma quella pulsante e terrestre, quella che nasce dalla convivenza dei corpi e delle voci, dalla scena aperta della strada.

Con Federico Fellini, Roma muta ancora, e si fa incanto, vertigine, carne, visione. In Le notti di Cabiria la città è già una creatura notturna, malinconica, sfuggente, sospesa tra tenerezza e disillusione. Ma è con La dolce vita che Roma diventa una costellazione luminosa e febbrile, una scena infinita su cui si muovono desideri, fantasmi, maschere, solitudini. La città eterna, in Fellini, non è più soltanto storia o cronaca: è teatro del desiderio moderno, spazio di seduzione e di smarrimento, luogo in cui l’anima contemporanea si specchia e si perde.

Eppure Roma, anche quando si abbandona al sogno o alla mondanità, non smette mai di custodire un fondo di mistero. Fellini lo sapeva bene. Per questo tornò a celebrarla direttamente in Roma, film liberissimo e visionario, quasi un poema per immagini. Lì la città appare come un organismo insondabile, una successione di apparizioni, memorie, eccessi, ombre, frammenti. Non c’è una Roma sola, ma molte Rome che si sovrappongono: la Roma vissuta, la Roma ricordata, la Roma immaginata, la Roma inventata dal desiderio e dalla nostalgia.

Un altro sguardo, durissimo e pieno di pietà, è quello di Pier Paolo Pasolini. La sua Roma, soprattutto in Mamma Roma, non è la città delle icone celebrate, ma quella delle periferie, dei margini, delle esistenze sospese, dei destini feriti. Pasolini guarda Roma dove meno ci si aspetterebbe di trovarne la grandezza: nei suoi bordi, nelle sue zone incompiute, nella povertà, nell’esclusione, nella disperata tensione verso un riscatto che spesso non arriva. Eppure anche questa è Roma, forse una delle sue verità più profonde.

Se Fellini aveva intuito la natura visionaria della città e Pasolini quella tragica dei suoi margini, Ettore Scola ha saputo restituirne anche il volto corale, sfuggente, quotidiano. In Gente di Roma, la capitale prende forma come un mosaico di figure, episodi, incontri, frammenti di vita: quasi un ritratto mobile della città e dei suoi abitanti. È una Roma osservata nella pluralità dei suoi umori, delle sue contraddizioni, dei suoi slanci ironici e malinconici. Non una Roma monumento, ma una Roma abitata, parlata, attraversata da un’umanità continua. Come spesso accade in Scola, la città non viene esibita: viene compresa nel suo respiro civile,

V. Mastandrea su “Gente di Roma” di E. Scola

nella sua commedia profonda, nella sua capacità di contenere insieme leggerezza e amarezza.

Diversa, ma altrettanto potente, è la Roma di Una giornata particolare, dove la città sembra quasi ritirarsi, trattenersi, pesare sui personaggi più come presenza storica che come spettacolo visivo. È la Roma del regime, della disciplina pubblica, del consenso imposto, delle vite private schiacciate dal fragore della storia. Ma proprio in questa sottrazione la città acquista una forza ulteriore: Roma si manifesta come spazio politico, come pressione invisibile, come architettura del potere che grava sui corpi e sui silenzi.

Nella modernità più vicina, il volto della città cambia ancora, e si allarga oltre il centro, oltre l’immagine classica, oltre la Roma da cartolina. È ciò che accade in Sacro GRA di Gianfranco Rosi. In questo sguardo Roma non coincide più con il suo centro storico, ma con il suo anello estremo, con la sua circolazione continua, con le vite che si muovono ai bordi della città visibile. È una Roma laterale, periferica, apparentemente distante dall’idea tradizionale di eternità, eppure profondamente romana proprio perché rivela come la città continui a vivere anche nei suoi margini, nelle sue soglie, nei suoi spazi meno celebrati. L’eternità di Roma, sembra suggerire questo film, non è solo nel passato che abbaglia, ma anche nel presente che scorre silenzioso e ostinato ai suoi confini.

“Caro Diario”

Infine, in Caro diario, Nanni Moretti ci consegna una Roma attraversata con passo libero, quasi confidenziale, e per questo ancora più amata. È una Roma estiva, sospesa, percorsa con uno sguardo che osserva senza clamore, con ironia, malinconia, intelligenza. Non è la Roma celebrata dai grandi gesti, ma quella delle traiettorie minime, dei quartieri, delle soste, dell’aria che si respira nei pomeriggi assolati. In quel vagare lieve c’è qualcosa di profondamente romano: la possibilità che la città, persino nella sua immensità storica, si lasci abitare come un pensiero intimo.

Forse è proprio questo che il cinema ha compreso di Roma meglio di ogni altra arte: la sua natura molteplice e inesauribile. Roma è madre e rovina, splendore e miseria, fasto e periferia, notte e mattino, sacro e profano. È una città che contiene il dramma e la festa, il lutto e il desiderio, la

“Sacro GRA”

storia e la carne. È il mercato vivo di Campo de’ Fiori, la coralità civile di Gente di Roma, il cerchio irregolare e contemporaneo di Sacro GRA. Ogni grande autore ne ha colto una verità, ma nessuno ha potuto contenerla interamente. Perché Roma eccede sempre lo sguardo che la osserva. Sopravvive a ogni definizione. Resta oltre ogni rappresentazione.

Commemorare Roma attraverso il cinema significa allora renderle omaggio non solo come luogo, ma come enigma luminoso della civiltà. Significa riconoscere che sullo schermo essa è diventata tempo visibile, memoria incarnata, teatro dell’umano. Le sue immagini, fissate dai grandi maestri, non hanno semplicemente documentato una città: ne hanno custodito l’anima mutevole, la sua capacità di restare sé stessa attraverso tutte le trasformazioni.

Ed è forse questa, più di ogni altra, la ragione per cui Roma continua a essere eterna: perché non finisce nelle sue pietre, non si esaurisce nella sua storia, non si consuma nelle sue immagini. Continua a rinascere ogni volta che uno sguardo autentico la attraversa. Continua a vivere ogni volta che il cinema, o la memoria, o la parola, tornano a interrogarla. Roma resta.
Resta nelle sue rovine e nei suoi cieli, nei suoi silenzi e nelle sue notti, nelle sue ferite e nella sua bellezza.
Resta, soprattutto, in quella forma di eternità che solo l’arte sa riconoscere davvero.

1 Aprile – Nel giorno della sua nascita, il ricordo di Toshirō Mifune

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