1 Aprile – Nel giorno della sua nascita, il ricordo di Toshirō Mifune

Oggi ricorre la nascita di Toshirō Mifune, nato il 1° aprile 1920 a Qingdao, in Cina, e scomparso il 24 dicembre 1997 a Mitaka, presso Tokyo.

Senza alcun dubbio è stato uno dei più grandi interpreti del cinema giapponesee la sua figura ha inciso in modo profondo sull’immaginario del Novecento cinematografico, imponendo sullo schermo una presenza fisica, morale ed espressiva ancora oggi immediatamente riconoscibile.

Mifune appartiene a quella ristretta cerchia di attori la cui fama supera i confini della lingua, della cultura d’origine e perfino dei singoli film in cui hanno recitato. Il suo volto, il suo modo di occupare lo spazio scenico, la tensione del corpo, la rapidità dello sguardo e la capacità di alternare impeto e controllo hanno contribuito a definire un’idea stessa di protagonista moderno. Non era un interprete “decorativo”, né un semplice divo: era una forza drammatica che trasformava ogni inquadratura in un campo di energia. Per questo la sua grandezza non si misura solo nel numero delle opere interpretate, ma nella qualità del segno che ha lasciato nella storia del cinema mondiale.

Durante il servizio militare, ben prima del suo percorso d’attore,  fu assegnato al reparto fotografico dell’aviazione, occupandosi di fotografia aerea, questo dettaglio della sua vita è interessante, perché mostra un legame iniziale con l’immagine, prima ancora che con la recitazione.

Akira Kurosawa e Toshiro Mifune

Akira Kurosawa e Toshiro Mifune sul set di Yojimbo

La sua carriera cinematografica si afferma nel secondo dopoguerra e trova un passaggio decisivo nell’incontro con Akira Kurosawa, con il quale Mifune collaborò in sedici film. È una delle collaborazioni più celebri e feconde della storia del cinema: un rapporto artistico che ha prodotto opere capitali e che ha contribuito in modo determinante alla diffusione internazionale del cinema giapponese. Proprio attraverso i film di Kurosawa, Mifune divenne per il pubblico di tutto il mondo il volto di un certo eroismo inquieto, nervoso, spesso ambiguo, ma sempre intensamente umano.

Il film che lo impose con forza sulla scena internazionale fu Rashomon del 1950, nel quale interpretò il bandito Tajōmaru. In quell’opera, decisiva anche per la fortuna mondiale di Kurosawa, Mifune mostrò già una qualità che sarebbe rimasta tipica del suo stile: la capacità di rendere i personaggi imprevedibili, mai riducibili a una sola dimensione psicologica. La sua recitazione non cercava l’eleganza astratta, ma un’espressività viva, mobile, talvolta brutale, sempre però governata da una precisione impressionante. Rashomon resta per molti spettatori la porta d’ingresso nel suo cinema, e ancora oggi è impossibile separare la memoria del film dalla violenza magnetica della sua interpretazione.

Lo ricordiamo per interpretazioni in opere come Seven Samurai (I sette samurai, 1954), The Hidden Fortress (La fortezza nascosta, 1958), Yojimbo (1961) e Sanjuro (1962). In questi film Mifune non offre mai una figura statica dell’eroe. Anche quando indossa il costume del samurai o del rōnin, evita la posa monumentale e introduce invece nervosismo, ironia, istinto, rabbia, perfino una certa ruvidità animale. È proprio questa miscela a rendere i suoi personaggi così memorabili: uomini capaci di violenza e insieme di pietà, fieri ma non solenni, tragici ma spesso attraversati da un lampo comico.

In Throne of Blood (Il trono di sangue, 1957) girò una scena sotto una pioggia di frecce vere. Il BFI ricorda che, per ottenere l’effetto desiderato, Mifune dovette recitare mentre venivano scagliate vere frecce sul set, un dato spesso citato per spiegare la forza fisica e il rischio concreto di certe riprese del cinema giapponese classico.

I sette samurai

Nel caso di I sette samurai, la sua presenza è centrale anche perché incrina qualunque idealizzazione retorica del passato. Il personaggio da lui interpretato, Kikuchiyo, porta nel film uno slancio caotico, popolare, quasi scandaloso, che si oppone a ogni immagine aristocratica del guerriero. In Mifune il samurai non è mai soltanto una figura di disciplina: è un corpo vivo, ferito, contraddittorio. Ed è forse proprio qui che si coglie uno dei motivi per cui il suo lavoro continua a parlare al presente. La sua recitazione non musealizza la storia, ma la restituisce come conflitto, carne, rischio.

Ridurre Mifune al solo cinema di samurai, tuttavia, sarebbe ingiusto. Il British Film Institute ricorda che la sua filmografia supera i 180 titoli e che, accanto ai sedici film con Kurosawa, egli lavorò anche con altri registi importanti del cinema giapponese, oltre a costruire collaborazioni durature con autori come Hiroshi Inagaki, Senkichi Taniguchi e Kihachi Okamoto. Questo dato basta da solo a mostrare l’ampiezza della sua traiettoria artistica. Mifune seppe attraversare generi e registri diversi, conservando sempre un’identità fortissima ma senza mai diventare prigioniero di una sola maschera.

La sua fama uscì presto dal Giappone e si consolidò anche presso il pubblico occidentale. Negli anni successivi prese parte a produzioni internazionali e trovò nuova visibilità televisiva con Shōgun, che lo fece conoscere ancora di più fuori dal suo Paese. Ma, anche quando il contesto produttivo cambiava, il centro del suo fascino restava immutato: quella rara combinazione di autorità naturale, intensità emotiva e immediatezza fisica che rendeva ogni sua apparizione qualcosa di più di una semplice interpretazione. Mifune non “illustrava” un personaggio: lo incarnava con una tale evidenza da farlo sembrare inevitabile.

A distanza di oltre un secolo dalla nascita, il suo nome continua a occupare un posto essenziale nella memoria del cinema. Non soltanto perché molti dei film che interpretò sono ormai considerati classici, ma perché il suo lavoro ha contribuito a ridefinire l’idea stessa di presenza attoriale. In lui convivevano rigore e istinto, teatralità e verità, slancio epico e concretezza umana. Era capace di essere imponente senza irrigidirsi, feroce senza diventare monocorde, carismatico senza perdere il contatto con la fragilità dei suoi personaggi.

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